Questo modo di dire indica la capacità scorretta di rigirare a proprio favore il senso di una frase o di un discorso, pur di affermare il proprio punto di vista.

Per capire da dove nasce questo modo di dire, che pare in contrasto con il nostro modo di preparare la frittata, dobbiamo calarci nelle abitudini culinarie dei nostri antenati. E quale modo migliore di farlo se non spulciando fra i ricettari?

Cominciamo con il più famoso dell’antichità, il “De re coquinaria” di Apicio (il testo giunto a noi risale al IV secolo dopo Cristo) che, descrivendo il procedimento della frittata con il latte scrive:

Mescola quattro uova, un’emina di latte, un’oncia di olio, così da creare un unico composto. In una padella sottile metterai un po’ di olio; quando frigge, metterai il composto che hai preparato. Quando sarà cotto da una parte, lo girerai con un piatto, cospargi di miele, metti il pepe e servi“.

Continuiamo con il “Libro de arte coquinaria” del Maestro Martino, risalente alla metà del ‘400, in cui si legge:

Battirai l’ova molto bene, et inseme un poca de acqua, et un poco di lacte per farla un poco più morbida, item un poco di bon caso grattato, et cocirala in bon botiro perché sia più grassa. Et nota che per farla bona non vole esser voltata né molto cotta…”.

E concludiamo con “La scienza in cucina e l’arte di mangiar bene“, di Pellegrino Artusi, pubblicato nel 1891. Egli scrive, a proposito di come si prepara la frittata: “Chi è che non sappia far le frittate? E chi è nel mondo che in vita sua non abbia fatta una qualche frittata? Pure non sarà del tutto superfluo il dirne due parole. Le uova per le frittate non è bene frullarle troppo: disfatele in una scodella colla forchetta e quando vedrete le chiare sciolte e immedesimate col torlo, smettete. Le frittate si fanno semplici e composte…Quando è assodata la parte disotto, si rovescia la padella sopra un piatto sostenuto colla mano e si manda in tavola…“.

Dunque, il consiglio di non girare la frittata era una consuetudine culinaria ben radicata, dai romani fino alla fine dell’Ottocento.

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